1 Gennaio 2023

In tempo di festività natalizie e di lauti pranzi assaporare piatti tradizionali insaporiti con erbe aromatiche o godersi una buona bevanda rinfrescante, depurativa, digestiva può far ritrovare il piacere della degustazione sensoriale e regalare un vero e proprio beneficio al palato e non solo. Esse diventano anche una eclettica e portentosa ‘farmacia’ naturale del benessere, che ti-sana da cotta e da cruda, in infuso o in insalata, in ripieno o in salsa. Ce lo ha insegnato l’esperienza dei monaci medioevali custodi di conoscenze teoriche e pratiche di erboristeria, i quali dapprima si procuravano le erbe nei boschi e poi diedero vita all’hortus sanitatis conclusus nei monasteri, un orto in cui tutti gli elementi erano belli da vedere e da ‘gustare’. Piante odorose venivano usate fin dall’antichità, in special modo rosmarino e mirto, nelle cerimonie sacre quando non c’era l’incenso per fare sacrifici agli dei. Sambuco, ‘farmacia degli dei’, aneto-‘fenuggetta’ selvatica ‘allontana malanni’, spinacio selvatico-buon enrico o farinello, origano ‘splendore della montagna’, salvia ‘erba dello spirito’, timo o ‘pipolino’, maggiorana o ‘persa’, alloro o lauro, rosmarino ‘rugiada di mare’, cerfoglio o ‘prezzemolo francese’, erba cipollina o ‘aglio ungherese’, tiglio ‘pianta alata’, mentuccia o nepitella e altre piante ancora della macchia mediterranea rappresentano tuttora la ‘cultura’ gastrosofica antica delle pietanze ‘povere’ e il sapere contadino, anche all’interno di una nuova cultura urbana con la riscoperta di moderne rivisitazioni.
“O fin troppo fortunati, se capissero la loro fortuna, agricoltori! Ai quali, lontano dalle armi discordi, la terra giustissima prodiga facile vitto” (Virgilio, Georgiche, II, 458).
H. C. Andersen (1845) parla di un semplice infuso di sambuco che fa rievocare il passato e guarisce.
“C’era una volta un bambino che aveva preso il raffreddore; era uscito di casa e al ritorno aveva i piedi zuppi […] subito sua madre lo spogliò, mise l’acqua a bollire per preparargli una buona tazza di infuso di sambuco, che scalda tanto! Nel frattempo arrivò il vecchio che abitava al piano di sopra […] amava molto i bambini, e sapeva molte fiabe e storie divertentissime”.
Un giardino profumato e bellissimo, sembra emergere dalla tazza fumante dell’infuso, ritemprando un bimbo infreddolito e malato. Tutto si trasforma in fiaba e il bambino, felice, assaporando la bevanda calda preparata dalla mamma, sogna ad occhi aperti una natura che risveglia tutti i sensi, grazie a Mamma Sambuco, divinità dell’albero.
… e “i rami del cespuglio, tutti fioriti, gli si chiusero intorno e lì dentro pareva di essere in un folto pergolato che li trasportava a volo nell’aria…”
Anche la zia Léonie è solita intingere una madeleine nel thè aromatizzato di tiglio ed esorta il nipote a fare come lei: quel sapore e quel profumo sono unici, rassicuranti, evocativi e nostalgicamente identitari.
…questa essenza non era in me, era me stesso...(M. Proust, La recherche, 1913)
Nulla sveglia un ricordo quanto un odore. (Victor Hugo)
La ricetta provenzale del ‘Beuf en Daube’, preparata nei giorni di festa o in occasioni speciali in una casseruola di terracotta e molto simile al nostro stufato di carne, chiama a sé timo e alloro per la marinatura delle carni. E’ una pietanza della tradizione francese consumata in famiglia e offerta ad ospiti di riguardo.
(La signora Ramsay)…voleva che la cena fosse particolarmente gradevole e difatti sarebbe stato servito il capolavoro di Mildred – il Boeuf en Daube. Tutto dipendeva dal servire le portate al momento esatto in cui erano pronte. La carne, l’alloro, il vino – tutto doveva essere cotto al punto giusto (V. Wolf, Gita al faro, 1927)… La carne era ricca di sapori e tenera.
De André cantava il genovese piatto di recupero, la Cima, cucinato in periodi festivi, con le immancabili erbe aromatiche tritate finemente:
«Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non tornare dura
Bel guanciale materasso di ogni ben di Dio
prima di battezzarla nelle erbe aromatiche
con due grossi aghi dritto in punta di piedi
da sopra a sotto svelto la pungerai»
In genovese
«Çê serèn, tæra scùa
carne tennia no fâte neigra
no tornâ dùa
Bell’oëgê straponta de tutto bon
primma de battezâla ‘nto preboggion
con doi agoggioin drïto in ponta de pê
da sorvia in zù fïto ti â ponziggiæ»
Liguria favolosa di sapori, fico polveroso e gelsomino stordente, di buganvillea e cappero, di garofano, calendula e rose, mirto e rosmarino (Nico Orengo)
Così ogni cosa ha la sua parte e di respiro e di odori. (Empedocle, filosofo greco del V sec. a.C.)
Ogni pianta è una lampada. Il profumo è la luce. (Victor Hugo)
…Pentole piene di dolci intingoli che ribollivano sul fuoco, una caverna d’erbe magiche, rosmarino e timo e salvia e origano, balsami di loto che recavano sanità ai lunatici, pace ai tormentati, letizia ai disperati. Un piccolo mondo venti-per-venti: l’altare erano i fornelli, il cerchio magico una tovaglia a quadretti dove i figli si nutrivano…(J. Fante, La confraternita dell’uva, 1977)
In una cucina come quella della mamma o della nonna, calda e profumata, potrei immaginare sulla tavola una ‘ipnotica’ sardenaira pronta da infornare, spolverizzata con immancabile origano essiccato, e perché no, con aggiunta di un pizzico di timo e di maggiorana. Una focaccia rossa, farcita, dalla fragranza inebriante e dal gusto intenso, corposo, che sposano il mare con il monte.
Stefania Manelli
in Lo Zibaldone Fiorito
Le Rubriche di VIVIMPERIA








