La “bontà” delle erbe aromatiche

1 Gennaio 2023

In tempo di festività natalizie e di lauti pranzi assaporare piatti tradizionali insaporiti con erbe aromatiche o godersi una buona bevanda rinfrescante, depurativa, digestiva può far ritrovare il piacere della degustazione sensoriale e regalare un vero e proprio beneficio al palato e non solo. Esse diventano anche una eclettica e portentosa ‘farmacia’ naturale del benessere, che ti-sana da cotta e da cruda, in infuso o in insalata, in ripieno o in salsa. Ce lo ha insegnato l’esperienza dei monaci medioevali custodi di conoscenze teoriche e pratiche di erboristeria, i quali dapprima si procuravano le erbe nei boschi e poi diedero vita all’hortus sanitatis conclusus nei monasteri, un orto in cui tutti gli elementi erano belli da vedere e da ‘gustare’. Piante odorose venivano usate fin dall’antichità, in special modo rosmarino e mirto, nelle cerimonie sacre quando non c’era l’incenso per fare sacrifici agli dei. Sambuco, ‘farmacia degli dei’, aneto-‘fenuggetta’ selvatica ‘allontana malanni’, spinacio selvatico-buon enrico o farinello, origano ‘splendore della montagna’, salvia ‘erba dello spirito’, timo o ‘pipolino’, maggiorana o ‘persa’, alloro o lauro, rosmarino ‘rugiada di mare’, cerfoglio o ‘prezzemolo francese’, erba cipollina o ‘aglio ungherese’, tiglio ‘pianta alata’, mentuccia o nepitella e altre piante ancora della macchia mediterranea rappresentano tuttora la ‘cultura’ gastrosofica antica delle pietanze ‘povere’ e il sapere contadino, anche all’interno di una nuova cultura urbana con la riscoperta di moderne rivisitazioni.

“O fin troppo fortunati, se capissero la loro fortuna, agricoltori! Ai quali, lontano dalle armi discordi, la terra giustissima prodiga facile vitto” (Virgilio, Georgiche, II, 458).

H. C. Andersen (1845) parla di un semplice infuso di sambuco che fa rievocare il passato e guarisce.

“C’era una volta un bambino che aveva preso il raffreddore; era uscito di casa e al ritorno aveva i piedi zuppi […] subito sua madre lo spogliò, mise l’acqua a bollire per preparargli una buona tazza di infuso di sambuco, che scalda tanto! Nel frattempo arrivò il vecchio che abitava al piano di sopra […] amava molto i bambini, e sapeva molte fiabe e storie divertentissime”.

Un giardino profumato e bellissimo, sembra emergere dalla tazza fumante dell’infuso, ritemprando un bimbo infreddolito e malato. Tutto si trasforma in fiaba e il bambino, felice, assaporando la bevanda calda preparata dalla mamma, sogna ad occhi aperti una natura che risveglia tutti i sensi, grazie a Mamma Sambuco, divinità dell’albero.

… e “i rami del cespuglio, tutti fioriti, gli si chiusero intorno e lì dentro pareva di essere in un folto pergolato che li trasportava a volo nell’aria…”

Anche la zia Léonie è solita intingere una madeleine nel thè aromatizzato di tiglio ed esorta il nipote a fare come lei: quel sapore e quel profumo sono unici, rassicuranti, evocativi e nostalgicamente identitari.

…questa essenza non era in me, era me stesso...(M. Proust, La recherche, 1913)

Nulla sveglia un ricordo quanto un odore. (Victor Hugo)

La ricetta provenzale del ‘Beuf en Daube’, preparata nei giorni di festa o in occasioni speciali in una casseruola di terracotta e molto simile al nostro stufato di carne, chiama a sé timo e alloro per la marinatura delle carni. E’ una pietanza della tradizione francese consumata in famiglia e offerta ad ospiti di riguardo.

(La signora Ramsay)…voleva che la cena fosse particolarmente gradevole e difatti sarebbe stato servito il capolavoro di Mildred – il Boeuf en Daube. Tutto dipendeva dal servire le portate al momento esatto in cui erano pronte. La carne, l’alloro, il vino – tutto doveva essere cotto al punto giusto (V. Wolf, Gita al faro, 1927)… La carne era ricca di sapori e tenera.

De André cantava il genovese piatto di recupero, la Cima, cucinato in periodi festivi, con le immancabili erbe aromatiche tritate finemente:

«Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non tornare dura
Bel guanciale materasso di ogni ben di Dio
prima di battezzarla nelle erbe aromatiche
con due grossi aghi dritto in punta di piedi
da sopra a sotto svelto la pungerai»

In genovese

«Çê serèn, tæra scùa
carne tennia no fâte neigra
no tornâ dùa
Bell’oëgê straponta de tutto bon
primma de battezâla ‘nto preboggion
con doi agoggioin drïto in ponta de pê
da sorvia in zù fïto ti â ponziggiæ»

Liguria favolosa di sapori, fico polveroso e gelsomino stordente, di buganvillea e cappero, di garofano, calendula e rose, mirto e rosmarino (Nico Orengo)

Così ogni cosa ha la sua parte e di respiro e di odori. (Empedocle, filosofo greco del V sec. a.C.)

Ogni pianta è una lampada. Il profumo è la luce. (Victor Hugo)

…Pentole piene di dolci intingoli che ribollivano sul fuoco, una caverna d’erbe magiche, rosmarino e timo e salvia e origano, balsami di loto che recavano sanità ai lunatici, pace ai tormentati, letizia ai disperati. Un piccolo mondo venti-per-venti: l’altare erano i fornelli, il cerchio magico una tovaglia a quadretti dove i figli si nutrivano…(J. Fante, La confraternita dell’uva, 1977)
In una cucina come quella della mamma o della nonna, calda e profumata, potrei immaginare sulla tavola una ‘ipnotica’ sardenaira pronta da infornare, spolverizzata con immancabile origano essiccato, e perché no, con aggiunta di un pizzico di timo e di maggiorana. Una focaccia rossa, farcita, dalla fragranza inebriante e dal gusto intenso, corposo, che sposano il mare con il monte.

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA

Uno scenografico fiore-uccello, la strelitzia reginae

15 Gennaio 2023

Nella Riviera ligure, in posizione luminosa, le maestose e robuste piante mediterranee di Strelitzia Reginae (dal casato germanico Maclemburgo-Strelitz, la cui duchessa era la regina inglese Carlotta, appassionata di botanica), perenni sempreverdi, dalle lunghe foglie ellittiche nervate, mostrano ai passanti le affascinanti, regali, esotiche Paradisaeidae, dall’ autunno alla primavera. In Sudafrica è così pregiata che viene usata per adornare la capanna del capo tribù, noi la riteniamo dono prezioso ed elegante.

E … ci sono delle strane sere in cui i fiori hanno un’anima…(A. Semain, poeta simbolista dell’Ottocento francese).

Una leggenda racconta dell’amore tra Hérnan, conte spagnolo, e Carmen, ragazza messicana molto bella, desiderata anche da un altro uomo, Rodrigo. Costui, gelosissimo, avendo avvelenato Hérnan, volle che fosse sua. Ma nel giardino dove era stato sepolto il marito, la stessa notte di luna piena, un fiore grigio, trasformatosi in un uccello meraviglioso, prese il volo e si diresse da Rodrigo, il quale, terrorizzato, perse il senno e impazzì. Carmen morì di dolore e di crepacuore. Venne sepolta accanto al suo primo amorevole marito. Da quel momento, di notte, intermediario tra mondo dei morti e mondo dei vivi e simbolo di vita oltre la morte, il grigio fiore-uccello di quel giardino incantato assumeva un vivido colore arancione diventando simile ad un uccello del paradiso. Le meravigliose ‘lingue di uccello’ sembrano infatti teste di volatile tropicale, somiglianti anche ad una upupa o ad un ‘Pico de gallo’. La Strelitzia nel linguaggio dei fiori è sinonimo di libertà, di fedeltà, di amore sincero, di vita eterna. La pianta, come la leggendaria Fenice, in grado di autorigenerarsi, sotto il ciuffo arancione apparentemente appassito, nasconde piccole e nuove infiorescenze. Dal 1912 i giardini di Villa Hambury a Ventimiglia, tra l’Aurelia e il mare, ne vantarono la prima presenza ed acclimatazione, grazie al ricco commerciante di spezie inglese Thomas Hanbury e al suo amore per la nostra Riviera. Monet, che sosteneva di essere diventato pittore forse grazie ai fiori, ospite a Bordighera, rappresentava volentieri la vegetazione rigogliosa di parchi e giardini in cui troneggiavano piante mediterranee e tropicali. Ammirata da turisti di tutto il mondo giunti nell’Estremo Ponente ligure, la Strelitzia è immortalata anche da artisti famosi quale il dada-surrealista Man Ray nella litografia “L’incompreso”, in cui il fiore-uccello si staglia con colori vivaci su di uno sfondo paesaggistico desolato e cupo. Il rapporto con il reale è teso ad accoglierne stimoli, sensazioni, messaggi, trasportati in una dimensione surreale, onirica, al di là del tempo presente (B. Cattafi, Strelitzia, in “Marzo e le sue idi”, 1977), osservando estasiati la …sventagliata cresta/lamine di croco e di violetto…Sia l’agave che la strelitzia mediterranee si prestano a riflessioni poetiche, ermetiche ed esistenziali tipicamente baudelairiane, montaliane o sartriane, in quanto metafore di solitudine e di ricerca del senso del sé e della vita, oltre che del significato delle relazioni segrete tra le cose, tra Natura e Uomo.

La Natura è un tempio ove pilastri viventi/lasciano sfuggire a tratti confuse parole/l’uomo vi attraversa foreste di simboli,/che l’osservano con sguardi familiari …

… I profumi, i colori e i suoni si rispondono …
(C. Baudelaire, Corrispondenze in “Les Fleurs du mal”, 1857 )

La densità dell’essere in sé è infinita. È la pienezza (J.P. Sartre, L’essere e il nulla, 1943)

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA

Soluzione verde in città. Green carpet

5 Febbraio 2023

Alla città corrisponde un’immagine evocativa di integrazione sociale, scambio culturale e compartecipazione che ne fa il luogo per eccellenza dell’ibridazione tra istanze e identità differenti e dell’apprendimento che ne consegue (Conti S., Prossimità elettive. Il carattere urbano alla riscoperta di sé, Firenze, 2015). In senso concreto o metaforico gli spazi vengono configurati come inclusivi ed “esclusivi”, unici, che appartengono alla città che si caratterizza, si veste di novità e si prende cura di sé, si ri-genera. Un tappeto dispiegato a terra fino a raggiunere l’entrata dell’edificio deputato ad un certo evento, soluzione vistosa e creativa, di tradizionale colore rosso o verde, di maggior attualità e sensibilità ecologica, diviene un evento nell’evento, all’interno dello spazio cittadino individuale e nel contempo collettivo. E’ un modo singolare di raccontare la città e anche di stupire: non si parla solo di città “materiale” o di relazioni sociali, ma anche di spazi di immaginazione e di rappresentazione condivisi. Con il green, all’insegna della sostenibilità, a Sanremo, il carpet- pass-erella festivaliero, allestito con prato, arbusti e piante di liguritudine, ricrea un percorso-giardino sui generis e simbolico, tipicamente nostrano, che si snoda nel cuore cittadino e si rivela sintesi eclettica di colori, profumi, essenze, forme vegetali mediterranee.

In tutte le cose della natura esiste qualcosa di meraviglioso (Aristotele).

Si incontra il rustico Schinus molle, comunemente detto “finto pepe” o pepe rosa, decorativo, dalle foglie odorosissime, dal comportamento pendulo come il salice piangente, longevo e robusto, un antico albero sacro e “pulito”, insieme con il Pitosforo nano, che ama il respiro della brezza marina come le piante selvatiche sulla sabbia (Rattazzi D., L’essenza del paradiso, Giugno 2022), dalla forma compatta a cespuglio, con le foglie lanceolate lucide e brillanti. Piante grasse come la Sanseveria o “lingua di suocera”, avvolta da sempre di magia, che conferisce energia positiva e dona prosperità, che protegge e depura l’aria, le piante aromatiche ponentine, come il caro rosmarino, il mirto e la lavanda, i fieri esemplari di olivo, alberi di pace per eccellenza, i fiori invernali rossi e gialli e altro ancora in una moltitudine di vite che si ingarbugliano fra i rami di specie sempreverdi, resistenti alle intemperie e all’avidità umana (De Quarto M., Macchia Mediterranea: un viaggio affascinante tra miti e leggende, Maggio, 2019) sono tutti elementi importanti, all’insegna della semplicità, in equilibrio e armonia tra loro in un insieme informale, funzionale, di facile manutenzione, dai colori delicati, ricco ma non troppo ricercato. La soluzione verde sanremese incontrerà certamente il favore di coloro che sapranno capire il significato vero della multiforme e variegata scelta delle specie selezionate e messe a dimora dagli esperti, al di là di critiche e polemiche.

Un giardino per camminare e l’immensità per sognare – cos’altro si potrebbe chiedere? I fiori ai suoi piedi e sopra le stelle.(Victor Hugo) e si potrebbe aggiungere…un mare da amare.

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA

Le piante coi pennacchi. Myrtaceae di Liguria

2 Luglio 2023

Il Calliston Citrinus, dal ‘bel filamento’, amante della luce e amata dagli insetti impollinatori (l’antera rilascia un polline giallo brillante che attira le api), è una Myrtacea sempreverde esotica molto appariscente, a crescita lenta, molto simile al mirto mediterraneo, da ammirare in piena estate e che predilige la mitezza del clima. Le sue infiorescenze cilindriche, a pannocchia, di colore rosso porpora o anche lilla, sembrano scovolini (bottlebrush flower così denominati nei paesi anglosassoni) e le foglie, se strofinate, rilasciano profumo di agrume. L’albero odoroso è molto gradito e custodito nei giardini indiani. Si sa che con la globalizzazione tante piante esotiche crescono e improntano molti giardini botanici d’Occidente, tra cui esemplari nostrani sono il famoso giardino Hanbury all’inglese, conosciuto in tutta Europa, inserito in un paesaggio unico ed elegante, in una nicchia climatica dolce sulla costa ligure del capo della Mortola e il giardino sanremese di Villa Ormond, diviso in vere e proprie “stanze” con ambienti ben definiti e ospitante un giardino all’italiana nel parco centrale. Il Callistemone, con i semi all’interno di capsule, disposte come un alveare e i numerosi fiori allungati tende a prostrarsi in avanti, a piegarsi, mostrando la sua bellezza. Il terreno di Liguria è adatto alla messa a dimora e alla crescita rigogliosa della pianta, proprio per il suo pH acido o sub-acido, molto poco alcalino. E’ molto facile incontrarla in giardini privati e in aiuole del centro cittadino, selezionata come pianta promettente, perché ritenuta molto adatta anche all’interno dell’arredo ‘verde’ urbano e resistente a stress ambientali, come quelli salino e idrico, nonché a restrizione delle radici per limitarne la crescita. Il trend legato all’arredamento di interni sta valorizzando sempre di più le Mytaceae dal pennacchio, scenografiche e chic, ricordando mode e usi sfarzosi d’altri tempi, in cui erano in voga anche le piume di struzzo. Simboleggiano l’amore, il cambiamento, il nuovo. J. Banks, botanico e naturalista inglese, e J. Cook portarono il Callistemone in Europa nel 1771 dall’Oceania, insieme con altre piante quali Meleleuca, l’albero del thè o “mirto da miele”, dalle proprietà antisettiche (presente nei giardini Hanbury), la Kunzea da cui si estrae un olio essenziale, la vistosa Cortadera solleana piumosa, alcune Acacie e la Celosia, il Metrosidero, tutte piante esotiche caratterizzate da infiorescenze ‘a spazzolino’. In Liguria Callistemone, Meleleuca, Acacie sono molto diffuse (Acacia longifolia). A proposito di acacia, ritornano alla mente il poeta G. Pascoli e la ‘mimosa’ rosa del suo giardino, una acacia di Costantinopoli, di cui parla al caro amico Severino che stenta a credergli. Resta un manoscritto pascoliano con la prima stesura di “Romagna” su cui il poeta fissò un pennacchio rosa, ancora oggi conservato, che rappresenta la storia di una vera amicizia e la passione del poeta per la botanica (da Pascoli G., MyricaeRomagna, 1891, vv. 25-28):

Già m’accoglieva in quelle ore bruciate

sotto ombrello di trine una mimosa,

che fioria la mia casa ai dì d’estate

co’ suoi pennacchi di color di rosa

Le piante sono le antenne con cui la terra comunica con il cielo.
(Anacleto Verrecchia, filosofo, Diario del Gran Paradiso, 1997)

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA

Sinestesie sempreverdi: gelsomino vero o falso?

7 Aprile 2024

Frutto di contemplazione
attraverso migliaia di anni
oggi è fiorito un gelsomino
nel seno della terra.
Questa immagine di gioia
era celata da secoli
nel seno dell’invisibile

(Tagoré, poeta indiano)

Nei giardini mediterranei o lungo i viali si contempla e si apprezza la fragranza del fiore del gelsomino, pianta sinestetica, resistente al freddo, sempreverde, rampicante, longeva, che sprigiona una fragranza avvolgente ed intensa, soprattutto di sera, quando l’azione del sole ha concentrato gli oli essenziali profumatissimi nei petali. Da uno stornello toscano: Quando nascesti tu nacque un giardino/di tutte qualità c’erano fiori/l’odore si sentiva di lontano/e specialmente quel del gelsomino…

Dal “Gelsomino notturno” (da Canti di Castelvecchio di G. Pascoli): …Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.

Dall’odore pungente e dolciastro il ‘falso’ gelsomino con i fiori a stella, i cui petali sembrano ruotare intorno all’asse come una girandola, si confondono con il ‘vero’ gelsomino su muretti, pergolati o cancellate di Riviera. Fiorisce una volta soltanto, proprio in questi mesi primaverili, talora anche in estate, ma timidamente. Il cosiddetto Rincospermo a stella, con il nome scientifico di Trachelospermum jasminoides, è anche definito in USA Confederate Jasmin, poiché considerato erroneamente nativo degli stati confederati al tempo della guerra di Secessione americana (1861-1865), la cui bandiera presentava infatti stelle bianche su due bande blu incrociate. In Europa in verità viene conosciuto a metà dell’Ottocento, importato dall’Asia subtropicale, dove anticamente era visto come ‘la bussola del viaggiatore’, una sorta di ‘cartello stradale’ in grado di mostrare la via giusta al pellegrino. Notte sulla strada maestra. Odore di zuppa, di benzina e di gelsomini (A. Soffici, Giornale di bordo, 1915)

Inoltre si sa che dai fiori si ricavano in Oriente essenze molto odorose per gli incensi. Nel mondo arabo la pianta del gelsomino è legata all’amore divino, essendo il paradiso immaginato adornato dei suoi fiori stellati. Il gelsomino ‘vero’ fu importato nel Cinquecento dai navigatori spagnoli, ma nel codice Liber de Simplicibus del medico Benedetto Rini (inizio del Quattrocento) sembra comparire ancor prima. Fu pianta amata dai Medici, gelosissimi e unici possessori, fino a quando se ne ebbe diffusione in Toscana e poi in Italia, a partire da un piccolo dono d’amore tra fidanzati.

…Fra l’aria
del meriggio
ch’era uno svenimento
le ho colto
arance e gelsomini.
(da “Fase”, poesia di Giuseppe Ungaretti)

Resta un detto significativo nella tradizione toscana popolare: la ragazza degna di recare in mano un mazzolino di gelsomini è abbastanza ricca per fare la fortuna di chi la sposa. Il ‘falso’ gelsomino non ha nulla da invidiare al ‘vero’, per imponenza, carisma, fragranza, ma il lattice che produce è irritante e i fiori, non sono commestibili, a differenza di quelli del gelsomino comune per cui, come dice il proverbio, Acqua di gelsomini è buona ai bambini.

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA

Italo Calvino e l’ortensia

1 Giugno 2024

L’ ortensia (dal latino hortus o giardino), pianta antica e originaria della Cina e del Giappone, simbolo di resilienza e di fragilità insieme, della bellezza della natura e del suo ciclo di vita, dà il titolo ad un racconto calviniano (in “Cosmocomiche”, 1965), in cui si toccano le tematiche dell’amore, della vita e della morte, della perdita e del rinnovamento. Il forte rapporto di Italo Calvino con la natura è eredità familiare, preziosa e aperta a riflessioni profonde sull’esistenza. Un uomo fondamentalmente solo esperimenta un sentimento nuovo e totalizzante con il fiore dell’ortensia, che quasi sembra umanizzata. Qfwfq sta viaggiando in treno. Dal finestrino scorge un cespuglio di ortensie fiorite. Decide di scendere e di ammirarle da vicino. Riesce a soddisfare il suo desiderio, si perde e non si accorge del tempo che passa. Questa pianta fiorita evoca. Deve andare via ma non senza aver colto un fiore. Tornato a casa, la sua ortensia recisa viene da lui accudita con dedizione in un vaso. Ma Ortensia, che gli dona tutta la sua bellezza fiorita, è destinata a morire. Viene seppellita nel suo giardino. Il lutto è dolorosissimo e lui si dispera. Un giorno appare in giardino un cespuglio di ortensie. Lo ammira e fa conoscenza di Ortensia II, bellissima come Ortensia I, ma altra ortensia. Di quest’ultima si prende cura e la rende sempre più bella, proprio come ha fatto per la prima. Riacquista la gioia di vivere. Il fiore non vivrà per lungo tempo ma in lui è viva la speranza di ritrovarne un terzo, similmente bello anche se fragile, per un nuovo inizio. La solitudine, la paura, il dolore si possono curare riappropriandosi di sé attraverso la natura e il suo abbraccio rassicurante, vivendo con ‘leggerezza’ ovvero ricercando il bello dell’esistenza nel tempo che fugge via. Anche il dodicenne aristocratico Cosimo (ne “Il barone rampante”, 1957), in segno di protesta, sale su un albero, vi rimane giorno e notte e da lassù ha modo di osservare tutte le ‘fragilità terrene’ con un filo di tristezza e di ironia insieme. Cespugli di ortensie primeggiano tra le altre piante che incontrano il suo sguardo attento e critico. Così come l’azzurro e violetto, quel rosa dell’ortensia che assume mille sfumature “Chi lo immaginò? Chi seppe anche che in questi globi era raccolto?… Ma sotto questo rosa un verde era in ascolto che ora appassisce e tutto sa (“Ortensia rosa”, Rainer Maria Rilke, 1875-1926): l’ortensia di Liguria, “regina dei giardini” insieme con la rosa, spicca tra la vegetazione esotica e della macchia, regalando il tripudio teatrale della fioritura in riva al mare e nell’immediato entroterra, una ‘nuvola leggera e gonfia’ delicata e generosa, molto rinomata e variegata nelle sue diverse specie. L’ortensia si può recuperare da secca e scolorita, diventando elemento floreale decorativo elegante e di classe, proprio come ci dice un rinomato paesaggista contemporaneo:

Le ortensie che ho raccolto ieri, e che spero mi terranno compagnia a lungo, sono quest’anno particolarmente belle e i colpi di freddo degli ultimi giorni le hanno rese brillanti e rosate; alcune infiorescenze, poi, sono diventate da bianche a color ciliegia e sono enormi ed elegantissime: messe in vaso e lì lasciate, si imbalsamano facilmente e felicemente. (Paolo Pejrone)

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA

Il fascino dell’agave

8 Ottobre 2022

L’agave, pianta succulenta dalle grandi foglie carnose e striate, dal colore uniforme verde-grigiastro, dalla originale forma simile a quella di un polpo, dona un forte impatto visivo in giardini e tra pietre o rocce a ridosso del mare, proiettata verso l’alto o ripiegata su se stessa, in un’apparente immobilità, caratterizzando il paesaggio luminoso di Liguria e non solo. Il termine greco “ἀγαυός” (agauòs ), che significa illustre o nobile, riassume in sé l’imponenza, la forza, la stabilità e la resistenza, la longevità, il “bel portamento” e la “riservatezza” dell’agave, come dice la gente di Sicilia. La caratteristica di fiorire una sola volta nella vita, ma di ricreare vita al tempo stesso, la rende simbolo di amicizia duratura, di sentimento di amore molto forte, sicuro e davvero sincero, tanto da perdurare per parecchi anni. L’agave diventa “pianta letteraria” ispiratrice per Primo Levi, Federico Garcia Lorca ed Eugenio Montale. Quest’ultimo in L’agave su lo scoglio (in “Meriggi e ombre” da Ossi di seppia, 1925) descrive in modo singolare, significativo, metaforico questa nostra verde creatura mediterranea. Come l’agave si aggrappa alla scoglio e resiste alle onde e al vento, così l’uomo resta fortemente attaccato alla vita, fugace, difficile ed incerta, resistendo ai continui turbamenti e alle delusioni.

O rabido ventare di scirocco
che l’arsiccio terreno gialloverde
bruci;
e su nel cielo pieno
di smorte luci
trapassa qualche biocco
di nuvola, e si perde.
Ore perplesse, brividi
d’una vita che fugge
come acqua tra le dita;
inafferrati eventi,
luci-ombre, commovimenti
delle cose malferme della terra;
oh aride ali dell’aria
ora son io
l’agave che s’abbarbica al crepaccio
dello scoglio
e sfugge al mare da le braccia d’alghe
che spalanca ampie gole e abbranca rocce;
e nel fermento
d’ogni essenza, coi miei racchiusi bocci
che non sanno più esplodere oggi sento
la mia immobilità come un tormento.

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA

La pianta dalla bellezza ingannatrice

16 Ottobre 2022

In terra aspra e mite di Liguria, molto diffusa in giardini e aiuole, in fioritura per quasi tutto l’anno, resistente, appariscente, un po’ misteriosa, incantevole ed “ammaliatrice” per la bellezza dei fiori, allungati, grandi, per il forte profumo vanigliato, dai delicati colori pastello e a forma di tromba, si mostra la legnosa e ornamentale Datura o Brugmansia. Le “trombe degli angeli” si aprono, penduli, come a guardare la terra, le “trombe del diavolo” sembrano comunicare con il cielo: queste ultime appartengono alla pianta arbustiva, spontanea, non coltivata, anche invasiva ed infestante nei paesi tropicali, conosciuta come Datura Stramonio o Pianta delle Streghe. Nel passato le suddette proprietà narcotiche della pianta furono sfruttate per “scopo terapeutico” sperimentale, per rituali magico-spirituali di sciamani indiani, druidici, al fine di mettersi in contatto con qualche divinità. Alcune leggende popolari risalenti al Medioevo raccontano che le “streghe”, oltre alla Mandragora e alla Belladonna per i loro effetti allucinogeni, ipnotici, narcotici, ricavassero dai semi contenuti nelle noci spinose ricche di alcaloidi, unguenti utilizzati durante i sabba, in pratiche diaboliche e in riti magici. In Alta Valle Argentina, a Triora, non poteva certo mancare, alle “bàsure”, lo Stramonio. Nel corso del tempo la Datura divenne pertanto sinonimo di preoccupazione, incertezza, incognito, incantesimo, magia. E’ molto probabile che l’origine del nome sia indiana, legata al suo particolare frutto, una “mela spinosa”. Il nome “Datura” potrebbe avere un significato davvero interessante, se collegato al falso etimo latino: “ciò che sarà dato”, in vita o dopo la morte? Patrizia Cavalli, famosa poetessa contemporanea, intitolando alla pianta, che nel contempo attrae e respinge, una sua raccolta di versi (Datura, 2013), cerca di interpretarne la simbologia, rendendola metafora della poesia: «[…] Come di fronte a un fiore / di datura, a quel suo giallo/ non propriamente giallo, crema piuttosto,/ la stessa crema che ha la pesca bianca». Se in poesia si introducono elementi “tossici”, estranei alla tradizione, questi possono destabilizzare il lettore ma, a differenza della pianta, i cui fiori appassiscono plissettandosi, la poesia rimane eterna:

«Io valgo più del fiore», dunque il verso è d(ur)aturo.

Il linguaggio dei fiori, per la loro fragilità, vuole esprimerne la brevità della bellezza esteriore. I fiori di Datura infatti restano aperti e vistosi per pochi giorni, chiudendosi poi ed accartocciandosi, fino a cadere ormai avvizziti, a terra.

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA

Il crisantemo, un fiore ossimorico

30 Ottobre 2022

Che fanno là, presso la muta altana,

i crisantemi, i nostri fior, che fanno?

Oh! stanno là, con la beltà lor vana,

a capo chino, lagrimando, stanno.

Pensano che quest’anno sei lontana,

lagrimano che non ci sei quest’anno.

Non torna più! mormora la campana…

(Giovanni Pascoli)

Il κρυσάνθεμον o “fiore d’oro” (dal greco chrysos=oro e anthémon=fiore), giunto in Europa nel ‘700, il nostro tradizionale “fiore dei morti”, dal profumo acre, dall’odore amarognolo (Marino Moretti), e dall’odore pungente (Matilde Serao), che mostra tutta la sua variopinta bellezza, in profusione nei cimiteri, in concomitanza della ricorrenza del 2 di novembre, racchiudendo in realtà una simbologia, tipicamente orientale, legata all’energia vitale, alla gioia, alla rinascita. La Festa giapponese della Felicità celebra il crisantemo giallo oro, che cresce e fiorisce baciato dal sole, accanto alla figura dell’imperatore, emanazione in Terra dell’antica dea del Sole Amaterasu. Sullo stendardo imperiale infatti, al centro di uno sfondo rosso, è raffigurato un Kiku o crisantemo a margherita con sedici petali, la varietà Hironishi, molto rinomata. Il fiore dell’illusione? Sì, forse perché fiorisce in autunno, stagione grigia e piovosa nell’immaginario collettivo, contrapposta alla calda e luminosa estate. Si racconta di una famiglia ligure che avesse portato con sé talee di questo fiore nel giardino della casa pavese per interrarle e l’umidità della nebbia ne avesse favorito la crescita, sebbene la luce fosse scarsa.

Dice in proposito il poeta giapponese Yi Chŏng-bo:

…Forse tu sei l’unico la cui integrità fiorisce fieramente senza soccombere alla brina.

Il fiore dapprima sembra assumere significato negativo, di morte, di solitudine, di sofferenza, di dolore, successivamente diviene metafora di vita, di eternità, di felicità ritrovata.

Profumo di crisantemi.

Arriva una piccola folla.

E’ un giorno felice

(Haiku di Hisajo Sugita poetessa giapponese, 1890-1946)

Appartengono all’Estremo Oriente quattro leggende legate al crisantemo.

La bimba, che vegliava la sua mamma gravemente ammalata, a cui avrebbe dovuto donare il “fiore della morte”, custode, per il numero dei suoi petali, degli ultimi giorni di vita della donna, incredibilmente, con straordinaria creatività, riuscì a rendere quei petali “infiniti” e, per volere divino, salvare la propria madre allungandole la vita. Il soldato in congedo riuscì a trascorrere molti giorni con l’adorata moglie, quanti erano i petali di quel crisantemo, che la donna moltiplicò tagliandoli in tante striscioline. Ma sulla tomba di entrambi, di lui ritornato e condannato a morte per aver disobbedito ed essersi trattenuto troppo a casa e di lei, morta di rimorso e dolore, sbocciarono innumerevoli fiori di crisantemo dai mille petali, simili a quello sul davanzale della loro casa. Due giovani innamorati, lei ricca e lui di umili origini, ritrovatisi in un luogo lontano, freddo e solitario, dopo travagliate vicende, poterono riavvicinarsi e finalmente corrispondersi, omaggiati dall’improvviso sbocciare del fiore di loto d’oro, il crisantemo, nato ai margini della vita, in un contesto trasformato, come per miracolo, della natura. Ma la giovane, stremata dalla fatica, pur con il sorriso, morì, continuando a vivere in quei crisantemi che ogni anno si mostravano in tutta la loro meraviglia. Secondo il racconto il fiore rappresenta l’unione segreta tra la vita e la morte. Un giovane bellissimo e molto onesto, che per un involontario “inciampo”, dettato da distrazione e accaduto al cospetto dell’imperatore, era stato esiliato nella sperduta, arida e desertica Terra dei Crisantemi, dopo un periodo segnato da fame e sete, ottenne come premio divino la gioventù perenne, resistendo alle fatiche sopportate con costanza e fierezza e nutrendosi dei petali del fiore miracoloso. Durante il Medioevo fu introdotta dalla famiglia imperiale nipponica l’usanza cinese, ancora oggi diffusa tra la popolazione, di macerare alcuni petali di crisantemo nel saké, preparando la bevanda di lunga vita. Il crisantemo, nell’arte della disposizione dei fiori giapponese, l’ikebana, proteggerebbe le abitazioni, sinonimo di creatività e portatore di energia positiva, di allegria e di risata. Il significato di “apertura rappresentativa euristica”, volta a definirlo “impregnato” di senso di vitalità, caratterizza il crisantemo immortalato sulle tele di molti pittori tra cui Monet, Degas e Renoir, Magritte e Warhol, attraverso pennellate di colore vivace e irresistibilmente seducente. Pertanto il crisantemo è fiore dalla valenza ossimorica di morte e vita, dolore e gioia, negatività e positività, effimerità e longevità, mortalità ed immortalità. Regalato in Australia a tutte le mamme in occasione della loro festa (il nome è associato a “mum”, terminazione di Chrysanthemum), si mostra segno di rinascita e di vero amore, quello di un genitore o della persona amata. Sembra comunicare, guardandolo nelle svariate forme, un’autentica e originale idea del bello, conferendo emozioni, senza dubbio, positive.

Il crisantemo, se portasse un altro nome, gli sarebbe più facile incantare il mondo. (Anonimo).

Nel romanzo proustiano La recherche la giovane Odette ha riposto gli amati crisantemi, fiori belli, grandi, vellutati, delicati e resistenti, degni di essere donati alle persone care, nel suo salotto, come a volerne sfatare l’ingrato pregiudizio di bistrattarlo ed utilizzarlo solo per i defunti. Di sicuro sulle tombe dei nostri cari è segno di forte valenza religiosa, collegato ad una nuova vita nell’aldilà, la resurrezione dopo la fine dell’esistenza, la “gloria d’autunno” e il fiore della vita come affermava Confucio.

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA

Il caco, la pianta del ben-essere

6 Novembre 2022

Se pensiamo alle virtù più desiderate pensiamo al frutto autunnale simbolo di longevità, generosità, resistenza, bellezza, all’antichissima mela d’Oriente Diospyros (grano divino) Kaki (colore della terra), sua maestà il caco o loto italico, che nel Nord Italia è conosciuto, per il fondo esterno striato a mo’ di ragnatela, come caco ‘ragno’, dalla polpa zuccherina e gelatinosa, una volta divenuto ben maturo. Il sapore dolce e aromatico è ‘via’ che conduce al divino o ‘Shinto’, come affermano in Giappone.

Vecchio villaggio

nessuna casa senza

un albero di diosperi

(Matsuo Bashō)

I nostri vecchi facevano maturare i cachi che ancora ‘allappavano’, ossia legavano la bocca, mettendoli tra le mele ed esortavano ad attendere con pazienza e a non credere all’apparenza. L’asprezza, sinonimo di sofferenza, diventa poi dolcezza di speranza, di conforto e di buon auspicio. Gustato a piena maturazione, appena raccolto, con un cucchiaino, risucchiandone il succo o bagnandosi il mento, nel momento della sua ‘esplosione’, cucinato ed assaporato in portate dolci, viene anche essiccato su fili, da acerbo, nelle valli liguri dell’Impero e dell’Arroscia, con il procedimento utilizzato per l’essiccazione delle fettine di mela spoletina e bellunese, bucate al centro e penzolanti, in fili di cotone spesso, a formare eccentriche collane. Il sapore? Molto simile a quello del dattero. Attenzione però a non esagerare…l’uno tira l’altro! Quando si parla di caco, molti, sottostimandolo a torto ‘fuori moda’, tendono a non apprezzarlo come si dovrebbe: sono infatti note le sue speciali proprietà nutrizionali e curative ed il suo sapore vellutato, che esalta e ravviva in modo inconfondibile la stagione autunnale, così come la castagna. Chi lo ama, lo ama veramente, forse perché da bambino ha imparato ad amarlo. La tipica ricetta rustica contadina, conosciuta non solo in Liguria, ma in tutta Italia, è quella che porta in tavola la torta di cachi, con la purea dei frutti amalgamata con gli altri ingredienti o spalmata sopra il dolce, unita ad uvetta bagnata nel rosolio. Sono squisite anche la composta o la confettura, da gustare insieme con quella ricetta di recupero della nonna, dietetica e soffice, che ne vede la realizzazione con un procedimento molto semplice e con pochi ingredienti di base. Oggi forse la ricetta ‘vintage’ del dolce di cachi sembra insolita, ma ne varrebbe la pena provare a prepararla, senza pregiudizi e reticenze, per la genuinità e l’indubbio apporto energetico. Si narra ai bimbi, dinanzi ad un bel caco succulento, la curiosa leggenda, tramandata di generazione in generazione secondo cui, dopo l’eliminazione del seme e dopo averlo diviso in due parti, si trovasse una inaspettata sorpresa: che cosa apparirà di così misterioso? Si vedrà di certo la piccola sagoma bianca del germoglio, somigliante ad una posata. Alcune anticipazioni sull’inverno che verrà e accorgimenti per il lavoro in campagna saranno proprio indicati dall’immagine che compare, una specie di previsioni dettate dalla saggezza contadina dei nostri anziani, osservatori attenti della natura: la forchetta simboleggerebbe un inverno piuttosto mite, il cucchiaio predirrebbe un inverno rigido e nevoso e il coltello significherebbe l’arrivo del freddo tagliente e siccitoso. Dividendo in due parti un frutto, al centro, infatti potrebbe comparire più chiara una figura più grande che ripropone quella del seme. Una minuziosa descrizione è quella di Andrea De Carlo, letterato e artista del nostro tempo, che nel suo romanzo “L’imperfetta meraviglia” fa una riflessione molto interessante: i semi sono ormai introvabili all’interno del frutto, quasi scomparsi, facendo pensare che, a causa delle ibridazioni, stia diventando una leggenda. I racconti di Antonella Serrenti, all’interno di “Una giornata dall’aria antica”, prendono spunto dall’arte pittorica giapponese e dalla simbologia di pace dell’albero del caco, l’albero montaliano dei diosperi, “epifaniche primizie”, “color del fuoco” (“L’elegia di Pico Farnese”, nella raccolta“Le Occasioni”, 1939), che insegna a sognare e porta serenità alla sua vista. In Sicilia il cosiddetto ‘legno santo’, impregnato di santità, per via della croce stilizzata che, nel seme del frutto, può apparire confondendosi con una piccola mano, la ‘manuzza di Maria’. La longevità nella crescita, l’imponenza, la resilienza, l’inattaccabilità, la bellezza, l’utilità, la sacralità, rendono il caco una pianta autenticamente ‘virtuosa’.

Cachi in tripudio…

Gusto ineffabile

dell’esistenza

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA