13 Novembre 2022

C’è qualcosa di magico e anche di misterioso in qualsiasi giardino. Cambiano le prospettive ogni volta che lo guardiamo muovendoci in esso. Forzandone la prospettiva, è come se sottostassimo ad una illusione, quella di avvicinare o di allontanare, di ridurne le dimensioni o i particolari, come se stessimo assemblando i pezzi di un puzzle:
Salivamo, e di terrazza in terrazza i giardini mutavano fisionomia. Alcuni avevano forma di labirinto, altri figura di emblema, ma si poteva vedere il disegno delle terrazze inferiori solo dalle terrazze superiori, così che scorsi dall’alto il disegno di una corona e molte altre simmetrie che non avevo potuto notare mentre lo percorrevo, e che in ogni caso non sapevo decifrare. Ogni terrazzo, visto da chi vi si muoveva tra le siepi, per effetto di prospettiva mostrava alcune immagini ma, rivisto dal terrazzo superiore, provvedeva nuove rivelazioni, magari di senso opposto – e ogni grado di quella scala parlava così due diverse lingue nello stesso momento (da “Il pendolo di Foucault” di U. Eco, 1988). Le interruzioni dei cosiddetti “coni di vista” con siepi o recinzioni fisiche accentuano il senso di chiusura, talora in modo eccessivo. La siepe del meraviglioso giardino di casa Leopardi chiude la linea di vista all’infinito e non permette all’asse del paesaggio una visuale in lontananza, una dilatazione del paesaggio stesso, conferendo non tanto intimità e raccoglimento, quanto piuttosto impedimento e limite all’immaginazione attraverso una “maschera illusoria”, motivo di incertezza e sofferenza.
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura.
…
(da L’infinito, idillio di G. Leopardi, 1819)
Un giardino si legge attraversando spazi chiusi ed perti, correlati ad elementi umani e naturali, in rapporto equilibrato tridimensionale e di forme. Chi lo osserva da vicino vive una sorta di forte e personale impatto psicologico: sicurezza, protezione, riservatezza, un delicato “sentimento di confine” positivo oppure sensazioni opposte e poco gradevoli. I giochi di luci e di ombre, i colori, l’orizzontalità, la verticalità, le forme piccole o grandi, circolari e geometriche, sporgenti o rivestite, la staticità e il movimento, i profumi, i suoni e i rumori donano un potere espressivo sempre nuovo, inesauribile, interessante.
Nel giardinaggio c’è qualcosa di simile alla presunzione e al piacere della creazione: si può plasmare un pezzetto di terra come si vuole, per l’estate ci si può procurare i frutti, i colori e i profumi che si preferiscono. Si può trasformare una piccola aiola, un paio di metri quadrati di nuda terra, in un mare di colori, in una delizia per gli occhi, in un angolo di paradiso.
(Hermann Hesse)
Non dimentichiamo che il Paradiso terrestre (dal persiano pairidaez=giardino), l’Eden, è un giardino primordiale, luogo ameno e ideale, felice e divino. Il giardino si presenta come una costante dell’immaginazione letteraria. Può sembrare ingannevole, seduttore, peccaminoso, stregato, al contrario sicuro, sorprendente, sapiente, metafora di un coro dove le singole voci fanno la loro parte insieme, combinate armoniosamente tra loro. E’ dunque sinonimo di vita come afferma un proverbio cinese:
La vita comincia il giorno in cui comincia un giardino.
Passeggiando in un giardino si medita silenziosamente, si dialoga, si attivano i sensi, si trovano significati nel dialogo con la Natura: un giardino per camminare e l’immensità per sognare – cos’altro si potrebbe chiedere? (Victor Hugo) E Giovanni Pascoli, a sua volta, nella poesia dedicata al suo amato giardino, ripropone i temi dell’alternarsi di vita e morte e della vita che è moto incessante verso la morte.
Nel mio giardino, là nel canto oscuro
dove ora il pettirosso tintinnìa,
col gelsomino rampicante al muro,
c’è la gaggìa;
e or che ottobre dentro la vermiglia
foresta il marzo rende morto al suolo,
e sembra marzo, come rassomiglia
bacca a bocciuolo,
alba a tramonto; nelle tenui trine
l’una si stringe, al roseo vespro, quando
l’altro i suoi fiori, candide stelline,
apre, alitando;
ed al sospiro dell’avemaria,
quando nel bosco dalle cime nude
il dì s’esala, il cuore in una pia
ombra si chiude;
e l’anima in quell’ombra di ricordi
apre corolle che imbocciar non vide;
e l’ombra di fior d’angelo e di fior di
spina sorride.
(da Myricae, 1894)
E poi scoprirsi una pianta
di un giardino di campagna…
Capita di perdersi
(Cullami – Emma Marrone, 2010)Stefania Manelli
in Lo Zibaldone Fiorito
Le Rubriche di VIVIMPERIA









