Il giardino tra realtà e illusione

13 Novembre 2022

C’è qualcosa di magico e anche di misterioso in qualsiasi giardino. Cambiano le prospettive ogni volta che lo guardiamo muovendoci in esso. Forzandone la prospettiva, è come se sottostassimo ad una illusione, quella di avvicinare o di allontanare, di ridurne le dimensioni o i particolari, come se stessimo assemblando i pezzi di un puzzle:

Salivamo, e di terrazza in terrazza i giardini mutavano fisionomia. Alcuni avevano forma di labirinto, altri figura di emblema, ma si poteva vedere il disegno delle terrazze inferiori solo dalle terrazze superiori, così che scorsi dall’alto il disegno di una corona e molte altre simmetrie che non avevo potuto notare mentre lo percorrevo, e che in ogni caso non sapevo decifrare. Ogni terrazzo, visto da chi vi si muoveva tra le siepi, per effetto di prospettiva mostrava alcune immagini ma, rivisto dal terrazzo superiore, provvedeva nuove rivelazioni, magari di senso opposto – e ogni grado di quella scala parlava così due diverse lingue nello stesso momento (da “Il pendolo di Foucault” di U. Eco, 1988). Le interruzioni dei cosiddetti “coni di vista” con siepi o recinzioni fisiche accentuano il senso di chiusura, talora in modo eccessivo. La siepe del meraviglioso giardino di casa Leopardi chiude la linea di vista all’infinito e non permette all’asse del paesaggio una visuale in lontananza, una dilatazione del paesaggio stesso, conferendo non tanto intimità e raccoglimento, quanto piuttosto impedimento e limite all’immaginazione attraverso una “maschera illusoria”, motivo di incertezza e sofferenza.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura.

(da L’infinito, idillio di G. Leopardi, 1819)

Un giardino si legge attraversando spazi chiusi ed perti, correlati ad elementi umani e naturali, in rapporto equilibrato tridimensionale e di forme. Chi lo osserva da vicino vive una sorta di forte e personale impatto psicologico: sicurezza, protezione, riservatezza, un delicato “sentimento di confine” positivo oppure sensazioni opposte e poco gradevoli. I giochi di luci e di ombre, i colori, l’orizzontalità, la verticalità, le forme piccole o grandi, circolari e geometriche, sporgenti o rivestite, la staticità e il movimento, i profumi, i suoni e i rumori donano un potere espressivo sempre nuovo, inesauribile, interessante.

Nel giardinaggio c’è qualcosa di simile alla presunzione e al piacere della creazione: si può plasmare un pezzetto di terra come si vuole, per l’estate ci si può procurare i frutti, i colori e i profumi che si preferiscono. Si può trasformare una piccola aiola, un paio di metri quadrati di nuda terra, in un mare di colori, in una delizia per gli occhi, in un angolo di paradiso.

(Hermann Hesse)

Non dimentichiamo che il Paradiso terrestre (dal persiano pairidaez=giardino), l’Eden, è un giardino primordiale, luogo ameno e ideale, felice e divino. Il giardino si presenta come una costante dell’immaginazione letteraria. Può sembrare ingannevole, seduttore, peccaminoso, stregato, al contrario sicuro, sorprendente, sapiente, metafora di un coro dove le singole voci fanno la loro parte insieme, combinate armoniosamente tra loro. E’ dunque sinonimo di vita come afferma un proverbio cinese:

La vita comincia il giorno in cui comincia un giardino.

Passeggiando in un giardino si medita silenziosamente, si dialoga, si attivano i sensi, si trovano significati nel dialogo con la Natura: un giardino per camminare e l’immensità per sognare – cos’altro si potrebbe chiedere? (Victor Hugo) E Giovanni Pascoli, a sua volta, nella poesia dedicata al suo amato giardino, ripropone i temi dell’alternarsi di vita e morte e della vita che è moto incessante verso la morte.

Nel mio giardino, là nel canto oscuro
dove ora il pettirosso tintinnìa,
col gelsomino rampicante al muro,
c’è la gaggìa;
e or che ottobre dentro la vermiglia
foresta il marzo rende morto al suolo,
e sembra marzo, come rassomiglia
bacca a bocciuolo,
alba a tramonto; nelle tenui trine
l’una si stringe, al roseo vespro, quando
l’altro i suoi fiori, candide stelline,
apre, alitando;
ed al sospiro dell’avemaria,
quando nel bosco dalle cime nude
il dì s’esala, il cuore in una pia
ombra si chiude;
e l’anima in quell’ombra di ricordi
apre corolle che imbocciar non vide;
e l’ombra di fior d’angelo e di fior di
spina sorride.

(da Myricae, 1894)

E poi scoprirsi una pianta
di un giardino di campagna…
Capita di perdersi

(Cullami – Emma Marrone, 2010)

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA

Araucaria, albero di pace

20 Novembre 2022

Recenti ritrovamenti antichissimi con impronte di foglie di Araucaria, risalenti al Giurassico, fanno pensare con certezza a resti fossili di araucarie progenitrici in vaste foreste preistorichefonte di cibo per dinosauri sauropodi, tra cui Camarasaurus, Apatosaurus, Barosaurus, Diplodocus, Brachiosaurus, dal collo lungo. L’altezza di questi alberi era ed è imponente, con tronchi dritti, esili ma robusti, resistenti, elastici e con rami simmetrici. Un grande numero di tronchi di albero di Araucaria mirabilis, emersi dai fondali di antichi laghi prosciugati in periodi geologici differenti, si trovano ancora nella Foresta Pietrificata di Cerro Cuadrado, in Patagonia argentina, poiché specie dominante Proaraucaria. L’ Araucaria heterophylla o excelsia, la specie più conosciuta e diffusa anche da noi, scoperta nel 1780 dal botanico inglese Joseph Banksnel in Australia, nell’isola di Norfolk, prende il nome di “pino di Norfolk”, quello stesso che, allo stato naturale, si trova in Cile, nella provincia di Arauco e raffigurato sulla bandiera locale. L’esploratore britannico Cook rimase colpito dall’imponente e numerosa presenza della grande conifera “piramidale”. Gli aborigeni Mapuche Araucanos cileni ed argentini fecero dell’albero spontaneo delle pendici andine il loro emblema, simbolo di sacralità e protezione, albero portentoso e “magico”, durante le lotte contro i conquistadores di Spagna, contro le carestie e gli spiriti maligni. La loro decimazione fu molto violenta: una leggenda racconta che il loro audace e fiero capo esclamò queste parole: “Moriremo tutti, ma i nostri alberi perpetueranno il nostro nome”.

Le piante sembrano stupide, ma rubano l’energia al sole,

il carbonio all’aria, i sali alla Terra e vivono senza

scannarsi a vicenda come noi.

(Primo Levi, “Il fabbro di se stesso”, 1971)

Di seguito un inno alla libertà scritto dal poeta Pablo Neruda.

Alta sopra la terra / ti posero, / dura, bella araucaria / degli australi / monti, / torre del Cile, punta / del territorio verde, / padiglione dell’inverno, / nave / della fragranza. / Adesso, tuttavia, / non perché bella / ti canto, / ma per il grappolo della tua specie./ per la tua frutta chiusa, / per la tua pigna aperta. / Anticamente, / anticamente fu / quando /sugli indios /si aprì come una rosa di legno / la colossale pugno / del tuo pugno, / e lasciò / sopra / l’umida terra i pinoli…/ farina, pane silvestre / dell’indomabile / Arauco… / Araucaria araucana,/ qui mi possiedi!

(Ode alla araucaria araucana – Pablo Neruda, 1954)

Lo stesso autore nella sua Ode alla pace accenna alla pianta come metafora di sicurezza e quiete:

Pace per le parole che mi frugano

più dentro e che dal mio sangue risalgono

legando terra e amori con l’antico

canto…Se dovessi morire mille volte,

io là vorrei morire:

se dovessi mille volte nascere,

là vorrei nascere,

vicino all’araucaria selvaggia,

al forte vento che soffia da Sud,

alle campane comprate da poco.

(Ode alla pace – Pablo Neruda, 1954)

Il soprannome bizzarro di “Puzzle della scimmia” dell’albero Araucaria Araucana riconduce ad una leggenda del 1850 legata ad una battuta di un signore inglese durante la visita al suo giardino di alcuni amici, che soffermatisi, in ammirazione, sotto la maestosa araucaria lo sentirono dire che sarebbe stato difficile anche per una scimmia arrampicarsi. L’Araucaria “petrosa” e resistente è cantata da Eugenio Montale in Nel parco di Caserta, dalla raccolta “Le occasioni” (1928-1939) e da G. Ungaretti in Tu ti spezzasti (da “Il dolore”, 1937-1946). All’interno del Giardino inglese della reggia borbonica di Caserta, sull’acqua dello stagno che deforma le immagini riflesse, si vedono le cupole (domi) verde scuro, formate dall’intreccio delle chiome degli alberi, e le estremità (globi) della pianta di araucaria, i cui rami paiono «braccia di pietra» e, nello specchio d’acqua, delle liane.

– e un sole si bilancia

a stento nella prim’aria,

su domi verdicupi e globi a sghembo

d’araucaria,

che scioglie come liane

braccia di pietra, allaccia

senza tregua chi passa

e ne sfila dal punto più remoto

radici e stame.

Ungaretti descrive magistralmente l’araucaria, piegata dove c’è ombra nella valle e che al tempo stesso, personificata, si allunga verso l’alto con una sorta di forza espansiva, primigenia, volta nell’ardua selce ed erme fibre, rappresentando lo sforzo di vivere e tendendo le “braccia” al cielo.

Se ti si offrirà allo sguardo un bosco fitto per alberi

antichi e superiori alla comune altezza, che impedisca

la vista del cielo con la densità dei rami che si

stendono ricoprendosi a vicenda, quella selva così alta

e la solitudine del luogo e la meraviglia prodotta

dall’ombra così fitta e continua anche in luogo aperto

ti indurranno a credere alla presenza di una divinità.

(L.A. Seneca, Epistulae morales ad Lucinium)

L’araucaria è considerata albero con enorme capacità depurativa dell’aria e, ancora oggi nei nostri giardini e parchi, resta un simbolo di prudenza e di saggezza. Non si lascia spezzare e abbattere dal vento, ma si lascia strappare tutti i rami che in fretta rigenera, come un geco la sua coda.

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA

Tamarillo, il pomodoro “non pomodoro”

11 Dicembre 2022

La Cyphomandra betacea o Barbabietola Cyfomandra del Sudamerica, solanacea andina tropicale perenne, pianta inca autoctona dal 500 a.C., volgarmente detta “sachatomato”,“Tomato de arbor” o Tamarillo, fu domesticata dopo la scoperta dell’America. Inizialmente anche il Tamarillo, conosciuto in Europa nell’Ottocento e in Italia nel Novecento, ebbe successo come pianta ornamentale. Il pomodoro comune infatti non fu subito apprezzato come commestibile, essendoci ancora pregiudizi e diffidenza per la sua appartenenza alla famiglia della mandragola e per la radicata convinzione che fosse un “cattivo nutrimento”, se non ben cotto in frittura. Il pomodoro Lycopersicum, ovvero “pesca del lupo”, fu detto poi pomodoro Esculentum, cioè squisito, e si utilizzò in cucina dopo un suo lento e graduale “inserimento culturale”. Lungo le coste mediterranee il clima consente una buona crescita dell’albero del pomodoro, si acclimata nelle stesse aree adatte agli agrumi, soffrendo gli sbalzi termici ed il caldo estivo troppo intenso. L’odore, che emanano le grandi foglie strofinate leggermente con le dita, regala una essenza molto aromatica, dal profumo intenso e duraturo. Le popolazioni selvatiche del “pomodoro non pomodoro” sono ormai pressoché inesistenti: se ne conoscono infatti varietà nuove. Il “tamarillo”, nome particolare con un nonsoché di esotico, acquisito in tempi recenti, per distinguerlo da “tomatillo”, “tomato” (pomodoro comune), deriverebbe dal maori “tama”=figlio e dallo spagnolo “amarillo”=giallo (figlio del Sole). La qualità giallognola è quella più dolce, la rossa asprigna, acidula, dolciastra: si tratta del più diffuso Ruby Red, molto coltivato in Nuova Zelanda, con frutti ovoidali, a grappolo, più rigonfi e dal caratteristico colore rosso scuro, ricchi di semi, quando ben maturi, da ottobre a maggio, sono pronti per essere raccolti. Somigliante esternamente al pomodoro “perino” e internamente al frutto della passione, ricorda, relativamente al sapore, un misto di pomodoro, limone, prugna e kiwi. Lo si gusta fresco, spremendolo in bocca dopo averlo forato in cima, estraendone la polpa con un cucchiaino, grigliato come contorno, in insalata, in un rinfrescante ed energizzante succo centrifugato, in salsa agrodolce, anche piccante (chutney), in zuppe o stufati come il gazpacho freddo andaluso, in marmellata o in composta con carni o formaggi stagionati, perché no, anche in macedonia, in sorbetto o caramellato sopra buon dessert. Il celebre gastronomo francese A. Brillat-Savarin, esaltando la bontà di marmellate e canditi di frutta e fiori, diceva: …questo metodo di conservazione (con lo zucchero) ci permette di godere del loro profumo molto oltre la stagione fissata dalla natura (Anthelme Brillat-Savarin, Fisiologia del gusto, 1825). Il Tamarillo viene impiegato in Perù per preparare una salsa con i frutti di Capsicum pubescens, il peperocino rosso spontaneo “Rocoto” americano. Con i semi del tamarillo si produce anche olio, utilizzato in cucina e in cosmesi. E’ frutto molto versatile, che si può conservare per un lungo periodo e che riesce a mantenere tutte le sue proprietà organolettiche. Il frutto del Tamarillo è un vero e proprio“superfood”, povero di carboidrati. La FAO ne evidenzia le innumerevoli e benefiche proprietà. Nei paesi d’origine è considerato un vero e proprio “detergente” digestivo e alimento importante di rinforzo immunitario, in caso di raffreddamento ed influenza. Lo potremmo chiamare il “pomodoro d’inverno”, vista la sua produzione durante le due stagioni più fredde dell’anno. A dicembre la pianta del Tamarillo si presenta carica di frutti maturi, di frutti ancora acerbi e di fiori che in primavera daranno a loro volta le nuove ‘bacche’. Insomma, un albero sui generis, longevo e molto appariscente. Citando Pablo Neruda e la sua Ode al pomodoro, al Tamarillo si potrebbero dedicare questi versi noti per l’astro della terra, il pomodoro comune.

Nella sua polpa vivente,
è una rossa
viscera,
un sole
fresco,
profondo,
inesauribile,
riempie le insalate
del Cile,
si sposa allegramente
con la chiara cipolla,
e per festeggiare
si lascia
cadere
l’olio,
figlio
essenziale dell’ulivo,
sui suoi emisferi socchiusi,
si aggiunge
il pepe
la sua fragranza,
il sale il suo magnetismo……

ci offre

il dono del suo colore focoso

e la totalità della sua freschezza

(Ode al pomodoro,1954).

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA

Tamerice, pianta dalla riservatezza generosa

10 Settembre 2023

La Tamerice o ‘scopa marina’, longeva presenza autoctona arbustiva od arborea, pianta decidua dalla fioritura ‘piumosa’ bianca o rosa molto leggera, preponderante nella Liguria aspra, ventosa, ma resiliente e generosa, è tipica dei giardini mediterranei salmastri, sabbiosi ed argillosi ma non calcarei (G. D’Annunzio, … Piove su le tamerici | salmastre ed arse…), giardini ben visibili ‘invisibili’, ricchi di vegetazione anche spontanea, percepita dai più come infestante e non apprezzata come meriterebbe, essendo annoverata tra le piante sempreverdi utili per ripulire l’aria e il terreno dall’inquinamento e per creare barriere frangivento. Il fogliame carico di granelli di sale li rilascia, facendoli cadere sul terreno, dove uno strato di salino non permette alle erbe e a qualsiasi incendio di svilupparsi e propagarsi. Le radici possono attingere acqua in profondità. Il fiore produce nettare per api, da cui si ricava miele di nicchia, scuro prelibato, in piccole quantità, dal gusto amarognolo. Singolare la presenza della tamerice anche sui fiumi: esemplificativa quella della valle del Giordano situata a 380 m sotto il livello del mare, a rappresentare la scelta di Cristo di ricevere il Battesimo in un luogo molto basso della Terra. Intorno all’albero del Tamarisco o ’arbusto del deserto’, dai cui rami fuoriesce una sostanza zuccherina biancastra ogniqualvolta essi vengano punti dal particolare insetto della Traburtina Mannipara, cocciniglia spesso difficile da contenere, ruota l’ipotesi che si possa trattare di una secrezione di melata similare alla manna biblica di cui parla la Genesi, la quale, indurita, si staccò dalla corteccia e volò via fino a ricadere come pioggia dal cielo, e della quale si nutrirono nel deserto gli ebrei stremati (Abramo piantò un tamerisco a Bersabea, e lì invocò il nome del Signore, Dio dell’eternità in Genesis 21, 33). La pianta felice, la pianta amata da Virgilio e da Pascoli per la sua semplicità ed ‘umiltà’ (Virgilio, Egloga IV, 2: …non omnes…arbusta iuvant, humilesque myricae = …non a tutti… piacciono gli arbusti e le tamerici) diventa paradossalmente in Geremia la pianta infelice del deserto, della solitudine, priva di frutti, simbolo della ‘sterilità’ dell’uomo che si allontana da Dio. Le Le poesie della “Myricae” pascoliana, che chiedono, come la tamerice, di ‘elevarsi poco da terra’, intrise di simbolismo all’interno di tematiche ricorrenti quali il nido, la famiglia, la natura, esprimono il contrasto vita/morte, serenità/angoscia, sicurezza/insicurezza.

Sognava una spiaggia piatta, inondata di sole, il sole del tramonto sul mare, il sole fra le tamerici e … non poteva che essere felice…(Irène Némirovsky, scrittrice ebraica, vittima dell’Olocausto).

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA

Crassula ovata portafortuna

3 Agosto 2024

La pianta succulenta crassulacea ramificata di origine sudafricana, di dimensione medio-piccola, resistente e poco esigente, amante della luce e del sole non diretti e di una temperatura al di sopra dei 10°C, è molto diffusa da noi e in area mediterranea. Tutti la conosciamo come la pianta di Giada ‘porta soldi’, le cui foglie verde brillante con i bordi screziati di rosso e dalla forma a cucchiaino somigliano a pietre di giada e anche a monete. Decorativa ed elegante in casa e in esterno, a bassa manutenzione, ecosostenibile, la si ama e la si apprezza nella sua semplice eleganza e poiché sprigiona allegria. Si rivela un ottimo regalo per chi inizia una nuova attività o per un matrimonio, sinonimo di buon auspicio economico e di buona notizia in arrivo. Si riconosce negli alberelli in vetro di giada e quarzo rosa realizzati in Cina, che la rappresentano con fioriture colorate anche di fantasia.

Si narra di un contadino cinese indigente, ma grande lavoratore, che avendola trovata per caso di ritorno a casa, la custodì con amore considerandola un dono divino e portafortuna. Dopo poco tempo infatti riuscì a fare molti soldi con la sua volontà e l’assidua dedizione alla coltivazione e alla vendita dell’alberello miracoloso.

In Cina si è soliti tenere la pianta di Giada, detta anche Pachira Aquatica, nei luoghi di lavoro come simbolo di prosperità economica, posizionata sempre verso sud-est, punto cardinale associato agli elementi del Fuoco e del Legno. Ogni fogliolina nuova è un nuovo guadagno. Questo insegna l’arte divinatoria taoista cinese del Feng Shui (=Vento e Acqua), per eliminare con il bello, l’armonico e l’energia positiva le negatività dall’ambiente in cui si vive e si opera quotidianamente. La tradizione vuole che la pianta di Giada sia pianta del benessere, migliorando la qualità dell’aria, riducendo lo stress e donando tranquillità e calma a chi la possieda.

Gli alberi non tradiscono, non odiano, irradiano solo felicità e amore. Ecco perché l’uomo, stando vicino agli alberi, avverte una corrente positiva e rigeneratrice. (Romano Battaglia, giornalista, scrittore, poeta)

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA

Cycas, la pianta “fossile” del Mediterraneo

21 Maggio 2023

La Cycas revoluta, una presenza elegante e costante tra la macchia mediterranea di Liguria (dal racconto “Amaro mare” di A. Pellè, scrittore emergente: Il mare è là, dove – dopo gli ultimi salici dorati e le cycas spaesate tra i cisti, le eriche e il lentisco, le fontane dei capperi selvatici e le solari ginestre salate – la scogliera lo trattiene, ferma e infierita dal tempo e dalle onde, e dall’inverno e dal vanto del vento), dalla crescita molto lenta, è una gimnosperma e quindi non è una palma (koikas = simile a palma), anche se è chiamata “palma da Sago” e somiglia alla nana di San Pietro autoctona, spontanea nell’estremo sud italiano costiero, con le foglie a ventaglio, resistente alla siccità estiva. La cycas necessita di esigenze termiche simili a quelle delle palme dattilifere. In vaso, nei luoghi più freddi, la Cycas revoluta dalla foglia pennata, la più diffusa nei nostri giardini e parchi, va coltivata con maggiori accortezze, se si vuole soddisfare l’idea esotica “salgariana” -E. Salgari narrò la magia e la bellezza di tanti luoghi esotici dove non era mai stato- anche dove il clima non lo consentirebbe, specialmente in inverno. La longevità la contraddistingue: è giunta fino a noi dal Mesozoico, esemplare paleobotanico di rilevanza. Il fogliame lucido e resistente si rinnova una volta l’anno, mostrando curiose infiorescenze, differenti in base al sesso, poiché pianta dioica. Il pigmento verde della nostra “pianta fossile”, che soffre di “clorosi ferrica” in terreni calcarei aridi dove il Ph per accumulo di sali sia particolarmente alcalino, si ingiallirebbe se privata di un adeguato trattamento. Primo esemplare di cycas, dal “collo” lungo, coltivato in pien’aria in Europa fu quello donato a fine Settecento da Maria Carolina Bonaparte di Borbone, principessa delle Due Sicilie, all’Orto Botanico palermitano e l’introduzione della specie nipponica portò la sua conoscenza e diffusione in tutto il Mediterraneo. Le cycas sono legate a storie che narrano della tossicità di quelle piante fino alla scoperta accidentale sull’isola di Amami Hoshima, nel sub-arcipelago delle Ryukyu, dell’utilità del fungo impiegato per trattare la soia, l’Aspergyllus oryzae o koji, nel rendere commestibile per fermentazione la polpa essiccata e polverizzata del midollo del tronco di cycas, il miso o sagù, quasi come un evento miracoloso. La tradizione vuole che ancora oggi si gusti questa sorta di fecola venga consumata al posto del riso, come contorno a varie pietanze tipiche (J. Ranieri, L’isola sopravvissuta secoli nutrendosi di palme velenose, 25 Maggio 2019). Gli indigeni polinesiani e della Papuasia creano con le lunghe foglie delle cycas dei flabelli o ventagli molto ampi, da agitare sul capo dello stregone per allontanare da lui gli spiriti del male. Nelle Antille francesi, le foglie di cycas sostituiscono il ramo di ulivo o di palma la domenica delle palme. È bello fantasticare, viaggiando con la mente verso lidi esotici, ripensati ed esperimentati a nostra misura nel giardino di casa, negli spazi verdi cittadini o nei monumentali e famosi orti botanici italiani, in cui le cycas, con palmizi e piante grasse, regalano alla vista una sintesi armonica di specie eterogenee di chi si voglia proiettare, in un viaggio reale e al contempo immaginario, quasi paradisiaco, verso luoghi da sogno.

Stefania Manelli

In Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA

Lo Xeriscaping mediterraneo effetto “wow”

18 giugno 2023

Le tecniche che intendono ridurre l’evaporazione dell’acqua dal terreno consigliano la realizzazione del giardino asciutto, l’essenziale e prorompente dry garden, facendo ricorso a pacciamatura organica di compost, corteccia, e inorganica di pietre e sassi, pietrisco e ghiaino, per assicurare il giusto drenaggio, e iniziando la preparazione a partire dall’autunno. Le piante a bassa richiesta idrica vogliono poca manutenzione e minor dispendio di tempo e fatica. Si contrappone al tradizionale prato all’inglese, da mentenere verde e rigoglioso anche in estate per l’apporto abbondante e continuativo di acqua, e si rivela una soluzione alternativa e sostenibile efficace ad effetto WOW. La paesaggista ed orticultrice britannica Bet Chatto è stata pioniera del giardino secco, ghiaioso nell’Essex, in luoghi “problematici”, dove la lunga e siccitosa estate mina l’erba dei prati e dove gramigna e zoysia fanno da padrone.

Importante è scegliere accuratamente la “pianta giusta per il posto giusto”: piante da roccaglia e succulente, cactacee e palmette, yucca e arbusti mediterranei, quali ginestra, bosso, iperico, cisti, agrifogli, lantana, mirto, lavanda, narcisi, in pratica piante autoctone resistenti e a crescita lenta. Gli alberi ombreggiano il giardino e smorzano le folate di vento. Il ristagno d’acqua attira zanzare e insetti e il dry garden è in questo senso un deterrente formidabile.

La gariga, vegetazione mediterranea legnosa, xerofitica, costituita da arbusti e suffrutici sempreverdi molto bassi, tra cui sono intercalati spazi vuoti e aridi, resiste alla siccità e non costringe a potatura e sfalciatura: alcune piante aromatiche tappezzanti, come il rosmarino, il timo e la salvia, ne fanno parte.

L’equilibrio tra pietra e pianta è tipico mediterraneo, intelligentemente creato per ridurre la germinazione delle infestanti, conservare calore nel terreno per l’inverno, migliorare la biodiversità. Un giardino secco, costituito da piante che convivono e potenziano capacità di cooperazione tra loro, diventa metafora di solidarietà umana all’interno di una rete sociale costruttiva e positiva.

Un giardino secco è un giardino che respira (J. Basson, architetto e progettista di giardini) e che resiste all’inquinamento e alle polveri sottili in città, egregiamente.

Il dry garden simboleggia la capacità di resilienza, che è intrinseca nella Natura: nella ginestra di leopardiana memoria, il fiore del deserto, c’è questa forza speciale che le consente di crescere e fiorire anche in ambienti difficili e aspri. E’ emblematica: su pendii, fasce, giardini ponentini di Liguria dà spettacolo di sé colorando di giallo vivo i suoi cespugli a maggio.

Qui su l’arida schiena/del formidabil monte/Sterminator Vesevo,/la qual null’altro allegra arbor né fiore,/tuoi cespi solitari intorno spargi,/odorata ginestra,/contenta dei deserti… (G. Leopardi).

Se una pianta non può vivere secondo la propria natura muore, così un essere umano (H.D. Thoreau).

La Natura manifesta l’essenziale moto del tempo che la attraversa, lasciando tracce sempre sul punto di mutare e svanire. Vitalità e stanchezza, espressione e silenzio… (V. Cardarelli)

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA

Graminacee ornamentali per un proactive garden

13 agosto 2023

Nell’ottica del Sustainable Garden, a cui ho già accennato in più occasioni, l’alternativa del Proactive Garden, che seleziona piante e fiori resistenti alle alte temperature, può rivelarsi un’alternativa green intelligente, economica e resiliente. Le graminacee ornamentali si adattano bene, si mostrano ‘gentili’ e sinuose con colori tenui e infiorescenze piumose, belle ed eleganti nella evidente rusticità, mai ripiegate su loro stesse, dando risultati d’effetto ottimali soddisfacenti e sorprendenti: festuca, stipa, mischanto, penniseto, corthadera, mulhenbergia, hordeum, e altre ancora. Sempre che non si verifichino però reazioni allergiche stagionali da graminacee per pollini e soffioni, responsabili del cosiddetto ‘raffreddore da fieno’. Con alcune canne domestiche come l’Arundo donax o ‘canna di Provenza’, utilizzata per fare ceste, stuoie, recinzioni e siepi frangivento, canne da pesca, tettoie e, per il fusto cavo, al fine di realizzare strumenti musicali, quali l’antichissimo ney d’Oriente, a fiato, presente persino in raffigurazioni egizie e sumere, il giardino donerebbe, a chi apprezzi e abbia una sensibilità particolare, i suoi fruscii sonori al soffio delle brezze e del vento: …quell’erba era così verde e gioconda e quelle graminacee sembravano così eleganti mentre danzavano in balìa del vento… Io proseguivo guardando le piante andare avanti e indietro, la musica influenzava il ritmo della mia camminata, il battito del mio cuore e il pulsare dei miei pensieri (Infranzi M., Il papavero Racconti, Ilmiolibro, 2013). Infine il bambù, protagonista di molti miti asiatici della creazione, quindi divino, simbolo di amicizia e di lunga vita, diventa in un giardino pianta polifunzionale: curioso l’impiego per barriere fonoassorbenti e come rinforzo di terreni franosi. Le leggende e i racconti popolari sulle graminacee, che si rivelano fortemente pedagogici, ce le fanno amare diventando esse metafora di un viaggio interiore che porta ad una risoluzione positiva attraverso la natura: questo dovrebbe essere il messaggio comunicativo di un giardino proattivo, virtuoso, sostenibile, ecologico che infonda indubbiamente energia nuova e rinnovabile. Esemplificativa la leggenda giapponese del vecchio boscaiolo il quale trova all’interno di un bambù una piccola creatura luminosa, figlia della Luna, che adotta e protegge sino all’età adulta, destinata però a ritornare al cielo dopo aver dispensato doni meravigliosi, tra cui la serenità e anche l’immortalità. Il pittore cinese contemporaneo Cao Tianwen esalta nelle sue opere la luce, la flessibilità, la tenacia, la verticalità della pianta antica tradizionale, che è identitaria, familiare, semplice e grandiosa al tempo stesso. Allo stesso modo “Il giardiniere” di Van Gogh (1889) esprime attraverso l’immagine dell’uomo sorridente un sentimento puro, anche se malinconico, quello dell’intimo rapporto con la natura e i suoi processi di fertilità e rigenerazione, contrapposti al fremito cittadino, per nulla spontaneo e felice. Sullo sfondo i fili d’erba alta di graminacea, ben allineati, si contrappongono agli arbusti più sfocati. Ogni aspetto della natura contiene in sé verità uniche e profonde che non tutti riescono a percepire; chi vi riesce è un ‘eroe’.

Il bello del giardino è anche questo, che con modica spesa e relativamente poco lavoro, puoi attuare sorprendenti modificazioni “on the road” dove the road è la vita stessa….(Nigrelli G., Il mio giardino, 2023)

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di Vivimperia

Relax e gardening

5 Maggio 2024

“Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà.” (San Bernardo di Chiaravalle)

Nel giardino si sta in pace, in ascolto e in serenità. Tenere e mantenere un giardino o un orto porta benessere fisico e mentale: azioni ed interventi sullo spazio esterno di casa hanno anche ricadute di benessere sul nostro mondo interiore. La sistemazione multisensoriale degli ambienti dedicati alle piante distoglie dai pensieri negativi, diminuisce i livelli di stress o di affaticamento e conferisce un significato al paesaggio. Iniziando dal decluttering ‘verde’, la tecnica è vantaggiosa, liberando del superfluo, per decidere soluzioni ordinate e razionali, più semplici ed equilibrate: un giardino così concepito, e, perché no, anche ecosostenibile, arreca senza dubbio vantaggi certamente non solo estetici. La scelta delle piante, l’utilizzo di materiali reciclati, il risparmio di acqua per irrigare, il rispetto della biodiversità sono tutti aspetti non di poco conto. In uno spazio di questo tipo sono da esperimentare azioni insolite ma rilassanti e soddisfacenti: per chi può il barefooting, cioè camminare scalzi su tipologie diverse di superficie come ad esempio sabbia, ciottoli tondeggianti o corteccia, è divertente e stimolante, ed inoltre ‘abbracciare’ gli alberi potrebbe trasmettere una certa energia vitale, come nelle usanze celtiche, ritrovando nel tree-hugging effetti terapeutici. “Frodo posò la mano sull’albero accanto alla scala: mai come allora aveva percepito così all’improvviso e con tale intensità il contatto e la consistenza della corteccia di un albero e della vita che vi scorreva. Il legno in se stesso, ed il suo contatto, gli procuravano una gioia diversa da quella del falegname o della guardia forestale: era la gioia vissuta dall’albero che penetrava in lui.” (da Il signore degli anelli, J. R. R. Tolkien). In Oriente il ‘bagno di foresta’, paragonabile alla nostra silvoterapia, è una vera e propria disciplina, che ci predispone ad un atto di gratitudine verso gli alberi e l’ecosistema. L’albero del ciliegio in Giappone è venerato e ricca di versi dedicati a questa pianta è la poesia di K. Issa e Basho (haiku). Un esempio: “La cura per/ questo mondo turbolento…/gli ultimi fiori di ciliegio”. In “Dialoghi con Leucò” di C. Pavese si legge: “Tu guardavi l’ulivo, l’ulivo sul viottolo che hai percorso ogni giorno per anni, e viene il giorno che il fastidio ti lascia e tu carezzi il vecchio tronco con lo sguardo, quasi fosse un amico ritrovato e ti dicesse proprio la sola parola che il tuo cuore attendeva”. Se si sceglie di piantare erbe aromatiche la loro raccolta è tradizione antica e salutare, soprattutto per gli abitanti di Liguria, assorbendone il profumo e il sapore. Il foraging dal sottobosco viene praticato a casa con erbe spontanee in uno spazio magari adibito e preparato oculatamente per una foodforest o bosco commestibile che va a sostituirsi o ad alternarsi con l’orto tradizionale. Conseguentemente sarà facile sentire, meglio ascoltare, il ronzio di api e insetti utili all’impollinazione. Una pet therapy inconsueta. “Che straordinario dono sono gli alberi e quante cose potremmo imparare da loro, se solo sapessimo guardarli, vederli, prestare loro l’amore e l’attenzione che si presta agli amici!” (Susanna Tamaro)

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA

Green style. Il micro-giardino autosufficiente

30 Aprile 2023

Una nuova tendenza in città con accessorio di stile ispira alla creazione del bottle garden, piccolo ecosistema in vaso di vetro dove ogni elemento convive in perfetto equilibrio e la “Natura” viene “catturata” in modo insolito e creativo, felice ed efficace. Sincretica e sinergica la relazione tra “Verde” e Arte fa tendenza in una sorta di foresta in miniatura, una vera e propria “opera d’arte vivente” (Bianca Corso, http://www.vocidallisola.it/2021/05/24/piccoli-giardini-letterari), spesso rivisitata in modo originale e personale con inserimenti scenografici a tema. Il primo terrarium o giardino in vetro risale al XIX sec., come esperimento del botanico inglese N. Ward, grazie a cui furono importate piante esotiche orientali dalle colonie in un contenitore chiuso ermeticamente, una sorta di mini-serra, capace di auto-irrigarsi, ricreando umidità e condensa e garantendo quindi la sopravvivenza, durante il trasporto via mare, degli esemplari. Tutto nacque dall’osservazione di una larva di farfalla falena su terriccio umido in bottiglia chiusa: l’umidità ogni giorno era costante e permetteva di alimentare una felce e dell’erbetta all’interno della bottiglia stessa, grazie anche alla giusta illuminazione e alla fotosintesi. L’inglese ottantenne D. Latimer nel 2016 a sua volta poteva vantare una ecosfera di 56 anni d’età, con pianta tropicale all’interno, la Tradescantia o “erba miseria”, cresciuta al limite del contenitore che le ospitava e in piena “salute”. A detta di questo signore, ecco perché la NASA era volta a ricercare metodi validi per la coltivazione di piante nello spazio: “Le piante funzionano come ottimi depuratori, tirando fuori gli inquinanti dell’aria, in modo da rendere effettivamente autosufficiente una stazione spaziale. Tutto ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere è l’energia solare. Ogni altra cosa là dentro è stata riciclata. È fantastico“. L’ecosistema resta stabile per un ciclo semplicemente naturale senza la mano dell’uomo. Anche con la tecnica giapponese secentesca del kokedama (“perla di muschio”) la pianta, in una sfera di terriccio inumidita e racchiusa da muschio, privata del contenitore o del vaso, si mantiene in vita a lungo, appesa con fili invisibili o posata su un piedistallo ligneo, ricordando una sorta di bonsai “volante” in una “esperienza verde” pensile unica. Oppure il giardino idroponico, dove le piante crescono e vivono in un composto di acqua filtrata ed argilla o corteccia invecchiata, rientra a pieno titolo nella diffusa moda odierna di arredare gli interni in stile Urban Jungle o Green style.

C’è un libro sempre aperto per tutti gli occhi: la natura.(Jean-Jacques Rousseau)

Ogni cosa che puoi immaginare, la natura l’ha già creata. (A. Einstein

Guardare la bellezza della natura è il primo passo per purificare la mente (massima indiana)

La natura non ha fretta, eppure tutto si realizza.(massima cinese)

Stefania Manelli

in Lo Zibaldone Fiorito

Le Rubriche di VIVIMPERIA